San Valentino non è solo cuori e cioccolatini. È, a pensarci da una prospettiva di sviluppo,  attenzione intenzionale. È scegliere di esserci davvero per qualcuno, senza anticipare, correggere, interpretare troppo in fretta.
Se ci pensi, ascoltare bene è una delle forme più profonde di voler bene.

Nel coaching accade la stessa cosa: la trasformazione non nasce da ciò che diciamo, ma da come ascoltiamo.

E qui si incontrano due temi fondamentali del coaching contemporaneo: active listening e cultural humility, cioè quando ascoltare non basta (se manca l’umiltà)

L’ascolto è una competenza chiave per ICF (Competenza 6 – Ascolta Attivamente). Ma l’ascolto, da solo, non è neutro.

Possiamo ascoltare:

  • filtrando ciò che sentiamo attraverso le nostre prospettive/categorie mentali,
  • interpretando in base alla nostra cultura/sensibilità,
  • riempiendo i silenzi con ciò che per noi ha senso

La cultural humility introduce un cambio di passo: ci ricorda che non siamo esperti dell’esperienza dell’altra persona.
Ascoltare con umiltà significa accettare che il significato non è mai solo “lì fuori”, ma si co-costruisce nella relazione.

Per restare nel mood San Valentino allora permetti una metafora: immagina un appuntamento organizzato “a sorpresa”. Uno dei due prepara tutto basandosi sui propri gusti: ristorante, musica, conversazione. Tecnicamente è tutto perfetto… ma l’altro si sente poco visto.

Nel coaching succede la stessa cosa quando:

  • ascoltiamo bene, ma non lasciamo spazio all’altro di guidare,
  • siamo presenti, ma non adattiamo il linguaggio, il ritmo, i silenzi,
  • facciamo domande potenti, ma non nascono da ciò che l’altro ha appena condiviso, piuttosto da una struttura che abbiamo in mente.

La cultural humility ci invita a fare una cosa semplice e profonda: chiedere.
Ad esempio “Come preferisci che io ti accompagni?

Questo è un gesto d’amore per la relazione ed è coaching di qualità.

Se lo leggiamo in chiave di competenze chiave, quando ascolto e cultural humility si incontrano, si rafforza la Competenza 4 – Coltiva fiducia e sicurezza.

E succede perché:

  • il cliente si sente l’esperto della propria esperienza,
  • il coach rinuncia al ruolo dell’esperto,
  • lo spazio diventa mentalmente sicuro.

A volte il momento più potente non è una domanda brillante, ma un silenzio rispettoso, mantenuto abbastanza a lungo da permettere al cliente di ascoltarsi.

 

Rifletti: Quanto sono a mio agio nel non intervenire subito?

L’ascolto attivo, per essere davvero efficace, deve essere culturalmente sensibile. Che vuol dire?

  • un silenzio può essere riflessione, non blocco;
  • un tono basso può contenere più emozione di un discorso lungo;
  • una pausa può essere rispetto, non mancanza di idee.

Qui entra in gioco sia la Competenza 7 – Evoca consapevolezza sia la capacità di fare domande che nascono da ciò che è stato appena ascoltato, non da un copione che abbiamo in mente.

 

Rifletti: Sto facendo assumption su ciò che “dovrebbe” significare questo comportamento?

Questo è importante, tienilo a mente!

 

E allora regalati un rituale in questa giornata dedicata alla cura dell’altro

Un piccolo rituale prima di ogni sessione

Come in una relazione che conta, anche nel coaching serve l’intenzione.
Prima della prossima sessione, prova questo micro-rituale:

      1. Fai un respiro e chiediti:
        Sto preparando uno spazio per il coachee?
      2. Nota quali assumptions stai portando oggi su questa persona.
      3. Decidi come segnalerai la tua presenza: tono, postura, silenzio (l’intenzione ha un peso!)
      4. Ricorda: ascoltare è un atto di cura, e non di controllo.

In fondo, coaching è questo: non “fare bene il coach”, ma voler bene al processo dell’altro abbastanza da restare aperti, curiosi e umili. E forse San Valentino c’entra più di quanto pensiamo.

 

Rifletti: Chi saresti come coach – e come essere umano – se iniziassi ad ascoltare non per capire cosa dire dopo, ma per prenderti davvero cura di ciò che sta emergendo?

 

LoL

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